soglia di attenzione

domenica 30 novembre 2008

Piove

Piove. È uno stillicidio
senza tonfi
di motorette o strilli
di bambini.

Piove
da un cielo che non ha
nuvole.
Piove
sul nulla che si fa
in queste ore di sciopero
generale.

Piove
sulla tua tomba
a San Felice
a Ema
e la terra non trema
perché non c'è terremoto
né guerra.

Piove
non sulla favola bella
di lontane stagioni,
ma sulla cartella
esattoriale,
piove sugli ossi di seppia,
e sulla greppia nazionale.

Piove
sulla Gazzetta Ufficiale
qui dal balcone aperto,
piove sul Parlamento,
piove su via Solferino,
piove senza che il vento
smuova le carte.

Piove
in assenza di Ermione
se Dio vuole,
piove perché l'assenza
è universale
e se la terra non trema
è perché Arcetri a lei
non l'ha ordinato.

Piove sui nuovi epistèmi
del primate a due piedi,
sull'uomo indiato, sul cielo,
ominizzato, sul ceffo
dei teologi in tuta
o paludati,
piove sul progresso
della contestazione,
piove sui works in regress,
piove
sui cipressi malati
del cimitero, sgocciola
sulla pubblica opinione.

Piove, ma dove appari
non è acqua né atmosfera,
piove perché se non sei
è solo la mancanza
e può affogare.

Eugenio Montale, Tutte le poesie, Milano, Mondadori , 1990, pp. 345-46.

martedì 11 novembre 2008

Sospensione delle trasmissioni











s|a si prende una lunga (non so ancora se definitiva) pausa di riflessione.

Un abbraccio virtuale e un ringraziamento di cuore ai quattro lettori del blog.

giovedì 6 novembre 2008

Io la mia parte l'ho fatta...

Se un giorno succede qualcosa a Del Piero, il mandante è Casillas. Sappiatelo.

martedì 28 ottobre 2008

Suprematisti?

I due simpatici elementi nella foto sono dei suprematisti ariani - non ridete - e qualche tempo fa volevano assassinare Barack Obama.

Quest'altro, invece, non è Sloth dei Goonies, ma è anche lui un suprematista ariano che pure voleva ammazzare Obama.

Io l'ideale ariano me lo ricordavo un po' diverso.

sabato 18 ottobre 2008

Intervallo musicale




Il Genio - Pop porno

Thanx Monica (2)

mercoledì 15 ottobre 2008

martedì 14 ottobre 2008

Juan Benet

"La coscienza e la realtà si compenetrano a vicenda: non si isolano ma nemmeno si identificano, anche quando l’una e l’altra non sono che abitudini. Rare volte un evento non abituale riesce a impressionare la coscienza dell’adulto senza dubbio perché il suo sapere l’ha rivestita di una pellicola protettiva, formata da immagini acquisite, che non solo lubrifica l’attrito quotidiano con la realtà ma le serve per riferirlo a un campionario familiare di emozioni. A volte, tuttavia, qualcosa attraversa quella delicata gelatina che la memoria estende ovunque – sebbene non conosce né nomina – per mostrarsi in tutta la sua crudezza e ferire una coscienza indifesa, sensibile e paurosa che solo per mezzo della ferita potrà segregare il nuovo umore che la protegga; e allora si converte in un’abitudine riflessa, in conoscenza fittizia, in simulazione poiché, in verità, la paura, la pietà o l’amore non si arrivano mai a conoscere. C’è una parola per ognuno di quegli istanti che, sebbene l’intelletto riconosce, la memoria mai ricorda; non si trasmettono nel tempo e nemmeno si riproducono perché qualcosa – l’abitudine, l’istinto forse – si preoccuperà di zittirli e rilegarli a un tempo di finzione. Solo quando si produce quell’istante un’altra memoria – non compiacente e in qualche modo involontaria, che si alimenta di paura ed estrae le sue risorse da un istinto opposto a quello di sopravvivenza, e da una volontà contraria all’ansia di dominio – sveglia e illumina un tempo – non lo misurano gli orologi né i calendari, come se la sua densità impedisse il movimento delle pendole e degli ingranaggi al suo interno – che manca di ore ed anni, non ha passato né futuro, non ha nome perché la memoria ha obbligato se stessa a non legittimarlo; può solo contare su uno ieri cicatrizzato nella cui insensibilità si misura la magnitudine della ferita."
[traduzione mia]

[La conciencia y la realidad se compenetran entre sí: no se aíslan pero tampoco se identifican, incluso cuando una y otra no son sino costumbres. Raras veces un suceso no habitual logra impresionar la conciencia del adulto sin duda porque su conocimiento la ha revestido de una película protectora, formada de imágenes adquiridas, que no sólo lubrifica el roce cotidiano con la realidad sino que le sirve para referirlo a un muestrario familiar de emociones. Pero en ocasiones algo atraviesa esa delicada gelatina que la memoria extiende por doquier – aunque no conoce ni nombra – para asomar con toda su crudeza y herir a una conciencia indefensa, sensible y medrosa que sólo a través de la herida podrá segregar el nuevo humor que la proteja; y entonces se convierte en una costumbre refleja, en conocimiento ficticio, en disimulo ya que, en verdad, el miedo, la piedad o el amor no se llegan nunca a conocer. Hay una palabra para cada uno de esos instantes que, aunque el entendimiento reconoce, la memoria no recuerda jamás; no se transmiten en el tiempo ni siquiera se reproducen porque algo – la costumbre, el instinto quizá – se preocupará de silenciar y relegar a un tiempo de ficción. Sólo cuando se produce ese instante otra memoria – no complaciente y en cierto modo involuntaria, que se alimenta del miedo y extrae sus recuerdos de un instinto opuesto al de supervivencia, y de una voluntad contraria al afán de dominio – despierta y alumbra un tiempo – no lo cuentan los relojes ni los calendarios, como si su propia densidad conjure el movimiento de los péndulos y los engranajes en su seno – que carece de horas y años, no tiene pasado ni futuro, no tiene nombre porque la memoria se ha obligado a no legitimarlo; sólo cuenta con un ayer cicatrizado en cuya propia insensibilidad se mide la magnitud de la herida.]

Juan Benet, Volverás a Región (1967), Barcelona, Destino, 1993, pp. 92-93.

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