soglia di attenzione

lunedì 31 marzo 2008

Augh, Grande Capo Umberto "Non si capisce più un cazzo quando parla" Bossi!

BUAAAHAHAHAHA!!!! HAHAHA!!! HA HA HAHA HAHAHA!!! HAHAHA !! AIUTO!! HAHHAHHAHAA... UFFF...

Mai negare la soddisfazione ai comici, è un lavoro d'inferno.

sabato 29 marzo 2008

liquidazione di resti in serie *

Signorinaeffe, di Wilma Labate, Italia, 2007.

Non sempre c'è coincidenza tra i cambi del calendario e quelli della storia, o dello Zeitgeist se vogliamo. In Italia, nel 1980, ci fu invece un evento che segnò perfettamente il cambio della decade e quello dello spirito dei tempi che si annunciavano, una serranda abbassata sugli anni 70 e un tappeto rosso tirato sugli anni 80. Furono i 35 giorni di sciopero alla Fiat, conclusisi con la più grande sconfitta nella storia delle lotte sindacali italiane.

Per avere appena un'idea di che cos'era la Fiat alla fine degli anni 60 ricavo una breve descrizione della fabbrica di Mirafiori - ma poi c'erano gli stabilimenti di Spa Stura, Lingotto, Rivalta, solo per citarne alcuni - tratta dall'Enciclopedia del 68, recentemente pubblicata da manifestolibri: "Quasi tre milioni di metri quadri per metà coperti, 37 porte d'accesso distribuite su una decina di chilometri, 22 chilometri di rete stradale interna e 40 di rete ferroviaria, catene di montaggio per 40 chilometri, gallerie sotterranee per altri 13, una popolazione operaia che nelle fasi di massima densità arriva alle 60 mila unità [!]. È la Mirafiori del 68, il principale stabilimento della FIAT, la più grande fabbrica d'Europa." (p. 150).

Ma le cifre sono enormi in tutta la vicenda. Nell'autunno del 1980 la Fiat è pronta per la resa dei conti dopo 12 anni di sfide operaie. Incombe la liquidazione del modo di produzione fordista e Mirafiori è ormai un dinosauro. L'impresa saggia il terreno l'anno prima, nell'autunno del 79, licenziando 61 operai con l'accusa di fiancheggiare il terrorismo. Sindacati e PCI non si oppongono, salvo qualche distinguo formale; lo sciopero di solidarietà allora non riesce. Nel settembre dell'anno successivo, alla ripresa del lavoro dopo le ferie estive, vengono annunciati 15 mila licenziamenti (le lettere sono nominative e questo è già motivo di divisione tra chi si salva e chi no). Parte lo sciopero e il picchettaggio alle entrate. Berlinguer stavolta compare ai cancelli. In un primo momento i licenziamenti vengono ritirati e barattati con la cassaintegrazione a zero ore per 23 mila dipendenti. Il 14 ottobre succede l'imprevisto: il "Coordinamento dei capi e dei quadri intermedi" avallato e sostenuto dall'azienda convoca un'assemblea che inaspettatamente deborda e alla fine sono in 40 mila a sfilare per le vie di Torino contro gli operai in sciopero.

Il giorno dopo i sindacati devono ammettere la sconfitta. Dei 23 mila cassintegrati pochissimi rientreranno in fabbrica. Dal 1980 al 1986 gli operai Fiat passeranno da 212 mila a 129 mila. Le statistiche dell'epoca parlano di circa 300 suicidi tra i licenziati. Da qui in avanti comincia l'erosione dei diritti conquistati, fino al presente, in cui sono diventati un lusso.

Ah sì, il film. Il film mette in scena tre generazioni di operai: il padre di Emma, entrato in Fiat negli anni 50 con l'ondata migratoria del "boom", l'epoca di Valletta e delle schedature dei "rossi" (per un decennio, fino al 62, non si sciopera); Sergio, entrato nel 67 e protagonista delle lotte che sfociano nell'autunno caldo del 69; il più giovane, Antonio, entrato a metà anni 70, un alieno anche per Sergio (più o meno come erano diversi i movimenti del 68 e quello del 77). Poi ci sarebbe il triangolo amoroso Sergio-Emma-Silvio, che dura il tempo che dura la lotta. Su questo non ci spendo troppo, ero andato a vedere il film per la "grande narrazione". Mi innamoro comunque anch'io di Valeria Solarino, ma finisco per innamorarmi sempre della protagonista, o della principessa, etc. etc.

Signorinaeffe è stato salutato bene al Festival di Torino, non troppo dalla critica.

Per la (breve) ricostruzione ho consultato:
- AA. VV.,
Enciclopedia del 68, manifestolibri, pp. 150-53;
- Nanni Balestrini, Primo Moroni,
L'orda d'oro, Feltrinelli, pp. 646-47;
- Silvio Lanaro,
Storia dell'Italia repubblicana, Marsilio, p. 471.
- Guido Crainz,
Il paese mancato, Donzelli, pp. 584-87.

Le cifre sui licenziamenti e le casseintegrazioni discordano nelle varie fonti.


* il titolo allude a una raccolta di poesie di Manuel Vázquez Montalbán, Liquidación de restos de serie (1969-72) (ma lì ciò che si liquidava era "solo" la vecchia poesia, vele spiegate verso il posmoderno) e fa il paio con il post del 18 marzo, anche se di senso contrario.

giovedì 27 marzo 2008

continuità

"Ho visto alla televisione per qualche istante la sala in cui erano riuniti in consiglio i potenti democristiani che da circa trent'anni ci governano. Dalle bocche di quei vecchi uomini, ossessivamente uguali a se stessi, non usciva una sola parola che avesse qualche relazione con ciò che noi viviamo e conosciamo. Sembravano dei ricoverati che da trent'anni abitassero un universo concentrazionario: c'era qualcosa di morto anche nella loro stessa autorità, il cui sentimento, comunque, spirava ancora dai loro corpi."

Pier Paolo Pasolini

"Corriere della Sera", 18 febbraio 1975; poi in Scritti corsari, Milano, Garzanti, p. 135.

martedì 25 marzo 2008

tuesday's post

All of my life I've tried so hard
Doing my best with what I had
Nothing much happened all the same

Something about me stood apart
A whisper of hope that seemed to fail
Maybe I'm born right out of my time
Breaking my life in two

David Bowie, Thursday's Child


Da qualche giorno in loop sullo stereo... Non è un gran bel momento, in effetti.
Decisamente la più bella canzone di Bowie. Il video non riesco a guardarlo senza un qualche groppo in gola. In effetti, non è un gran bel momento. Avrà ragione Edgar Allan Poe che bellezza e malinconia sono inseparabili.

giovedì 20 marzo 2008

De(con)structing Dylan

Io non sono qui (I'm Not There), di Todd Haynes, USA, 2007.

Gli apocrifi di Bob Dylan. Come Fernando Pessoa o Antonio Machado (sì, lo so che quelli di Pessoa sono "eteronimi" e non apocrifi). Non mi è mica piaciuto. Sarà che invecchio, ma gli esercizi di stile ormai fatico a digerirli. Così come le opere troppo oniriche (avanguardiste? mah...). Esempi del primo tipo: Intrigo a Berlino di Soderbergh (fra i produttori di Io non sono qui, tra l'altro); del secondo: L'arte del sogno di Gondry. Entrambi letali.

Colonna sonora ovviamente strepitosa: oltre al menestrello nelle sue varie tappe, Stephen Malkmus, Mark Lanegan, Yo la tengo, Cat Power, Calexico, (drum roll) Sonic Youth e molti altri. Peccato che questi ultimi siano finiti nella seconda parte dei titoli di coda, momento in cui mi prende un coccolone.

Adesso dovrò anche rivederlo perché fra gli attori compare Kim Gordon e dev'essermi sfuggito il cameo.

mercoledì 19 marzo 2008

origine del mondo

BIG BANG (My baby shot me down): Dio è Nancy Sinatra.

CREAZIONISMO: I dirigenti di una multinazionale strutturata in rigida gerarchia operano secondo altrettanto rigide strategie di marketing per vendere l'idea che Dio ha creato il mondo in una settimana, pena il loro licenziamento e il fallimento della ditta.

DISEGNO INTELLIGENTE: Materia alternativa a Creazionismo, assieme a "Disegno artistico" e a "Disegno tecnico".

martedì 18 marzo 2008

recuperación de restos en serie

The Take, por Avi Lewis, Canada, 2004.

[Una película italiana que acabo de ver, Signorinaeffe de Wilma Labate, sobre las luchas de los obreros de FIAT en 1980, me trajo a la memoria este documental que pasó por las salas madrileñas allá por 2005, si no me equivoco. Cuando volví a casa esa noche escribí los apuntes que siguen, que dejo aquí tal como los escribí, incluso con los eventuales anacronismos.]

A Carlos Menem, hay que decirlo, las cosas le han ido muy bien en la vida. Y solamente por haber vivido en los tiempos en que vivió. Porque de haber paseado, pongamos, por el París de finales del siglo XVIII, cabía una seria posibilidad de que su cabeza llegase a ver el cuerpo inusitadamente de abajo a arriba. Por supuesto, nadie quiere que resuciten tiempos bárbaros, pero si en los nuestros el que hubiera sido el principal invitado a la decapitación casi sale otra vez elegido por el mismo pueblo al que, sólo dos años antes, había contribuido a hundir, algo debe haber que no funciona. Mas, se nos dice, “La Historia narra su Progreso”*. El asterisco, como en todos los anuncios, remite a unas letras pequeñas que nadie nunca lee. Normalmente pone “acumulando cadáveres”. Aunque algunas versiones sustituyen “cadáveres” por “despidos laborales”.

Acaba de llegar en las salas ibéricas, llevada por la ola del género documental al que Michael Moore ha dado nuevos fastos, la película The Take (La toma), dirigida por Avi Lewis y escrita por Naomi Klein, archiconocida activista antiglobalización. Es la historia de unas letras pequeñas, versión segunda, que se resisten a ser englobadas anticipadamente en la más abarcadora versión primera. Como es una historia trágica, la de un país, Argentina, y de un pueblo en quiebra por los catastróficos efectos de una política económica insensatamente hiperliberista, el filme no está salpicado de esa ironía sarcástica que es la cifra del director de Flint-Michigan.

The Take es una película que duele mucho, en el sentido de que una mano empieza a apretar fuerte en el estómago y no lo deja, desgraciadamente, cuando el film termina. Una película para echar de menos los tiempos en que el pueblo enfurecido tomaba la Bastilla y guillotinaba a los reyes. A parte al susodicho Menem, en esos tiempos unas invitaciones hubieran sido despachadas también a algunos, llamémoslos así, industriales, como ese don Zanon de la empresa homónima productora de cerámicas. El desprecio, la indignación que sentimos por lo que esas personas son, es decir por lo que hacen y dicen – no por lo que representan, no es un desprecio ideológico – no se pueden separar de un sentimiento de pena hacia ellos. Da pena Carlos Menem, ese grotesco muñeco maquillado y bronceado para enmascarar la nada de la más cutre demagogia. Da pena Zanon, el anciano industrial que se parece físicamente a Borges, con una concepción del capitalismo que desarrollaría incluso un brontosaurio, si sólo se pusiera a la faena. O que encontramos en cualquiera de las películas del oeste de Sergio Leone o de Peckinpah.

Cuando, en 2001, se derrumba el modelo menemista, el muy emprendedor empresario, después de embolsarse millones de subvenciones, detiene las máquinas y despide a los obreros. Lo mismo hacen muchas de las compañías extranjeras a las que las privatizaciones habían entregado la economía del país. Por otra parte, si una Sociedad es “Anónima”, algo tendrá que esconder, ¿no? En nuestro caso, lo que escondían todas era la prisa de irse con la pasta de una nación en quiebra. Pero sucede algo infrecuente en tiempos normales: a los obreros de Zanon, en cambio, la prisa familiar por salirse de la fábrica les ha pasado. Deciden no abandonar la nave, se reúnen en asambleas (una cabeza, un voto), siguen produciendo y se distribuyen un sueldo igual para cada uno, no importa la tarea que ese uno lleve a cabo. Milagro, la cosa funciona y la ocupación se vuelve un modelo para otras más. Además, las comunidades les apoyan. Sin embargo, ningún sentido del ridículo roza al imperturbable Zanon. Demostrando que la vejez es la recuperación de la niñez, reaparece y quiere que le devuelvan el juguete roto que otros han reparado. “El Estado me la tiene que entregar”, es el chiste hilarante de un cómico involuntario. El “Estado”, en este caso y como sucede a menudo, es el enésimo cordón policial en uniforme antidisturbio para separar un derecho adquirido de sus posesores (uno nunca sabe, hemos llegado al 2003, es otra vez tiempo de elecciones y Menem podría volver – su lema es el incombustible “orden y seguridad”, otro chiste que sigue en muchos repertorios aunque ya nadie se ría de él).

Suena raro pero, si descontamos el acostumbrado número de cabezas rotas por las porras y pulmones destrozados por los gases, hay un final feliz porque los obreros obtienen la expropiación judicial. Muchas lágrimas y emoción. Suena rara, pero dulcemente rara, incluso esta expropiación, que ninguna idea ni plan quinquenal ha impuesto desde arriba y que ha sido en cambio conquistada desde abajo y por la acción.

Sin embargo, salimos del cine con una sensación de malestar y un enfado incipiente. Además por la conciencia de la enormidad del esfuerzo que supone, hoy en día, recobrar la dignidad cuando la pisa un poder que une inseparablemente política, economía y policía (o ejércitos, da igual). Por lo que la lucha parece entre un David cada vez más pequeño y un Goliat cada vez más grande. Cabe esperar que el gigante, cuando se hinche demasiado, explote con gran estruendo y, entonces sí, risas festivas. Mientras tanto, como los trabajadores argentinos, fabriquemos alfileres. Por si hiciera falta una mano.

Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001. Alcune delle foto presenti su questo blog sono state reperite in internet: chi ritenesse danneggiati i suoi diritti d'autore puo' contattarmi per chiederne la rimozione.