soglia di attenzione

giovedì 6 novembre 2008

Io la mia parte l'ho fatta...

Se un giorno succede qualcosa a Del Piero, il mandante è Casillas. Sappiatelo.

martedì 28 ottobre 2008

Suprematisti?

I due simpatici elementi nella foto sono dei suprematisti ariani - non ridete - e qualche tempo fa volevano assassinare Barack Obama.

Quest'altro, invece, non è Sloth dei Goonies, ma è anche lui un suprematista ariano che pure voleva ammazzare Obama.

Io l'ideale ariano me lo ricordavo un po' diverso.

sabato 18 ottobre 2008

Intervallo musicale




Il Genio - Pop porno

Thanx Monica (2)

mercoledì 15 ottobre 2008

martedì 14 ottobre 2008

Juan Benet

"La coscienza e la realtà si compenetrano a vicenda: non si isolano ma nemmeno si identificano, anche quando l’una e l’altra non sono che abitudini. Rare volte un evento non abituale riesce a impressionare la coscienza dell’adulto senza dubbio perché il suo sapere l’ha rivestita di una pellicola protettiva, formata da immagini acquisite, che non solo lubrifica l’attrito quotidiano con la realtà ma le serve per riferirlo a un campionario familiare di emozioni. A volte, tuttavia, qualcosa attraversa quella delicata gelatina che la memoria estende ovunque – sebbene non conosce né nomina – per mostrarsi in tutta la sua crudezza e ferire una coscienza indifesa, sensibile e paurosa che solo per mezzo della ferita potrà segregare il nuovo umore che la protegga; e allora si converte in un’abitudine riflessa, in conoscenza fittizia, in simulazione poiché, in verità, la paura, la pietà o l’amore non si arrivano mai a conoscere. C’è una parola per ognuno di quegli istanti che, sebbene l’intelletto riconosce, la memoria mai ricorda; non si trasmettono nel tempo e nemmeno si riproducono perché qualcosa – l’abitudine, l’istinto forse – si preoccuperà di zittirli e rilegarli a un tempo di finzione. Solo quando si produce quell’istante un’altra memoria – non compiacente e in qualche modo involontaria, che si alimenta di paura ed estrae le sue risorse da un istinto opposto a quello di sopravvivenza, e da una volontà contraria all’ansia di dominio – sveglia e illumina un tempo – non lo misurano gli orologi né i calendari, come se la sua densità impedisse il movimento delle pendole e degli ingranaggi al suo interno – che manca di ore ed anni, non ha passato né futuro, non ha nome perché la memoria ha obbligato se stessa a non legittimarlo; può solo contare su uno ieri cicatrizzato nella cui insensibilità si misura la magnitudine della ferita."
[traduzione mia]

[La conciencia y la realidad se compenetran entre sí: no se aíslan pero tampoco se identifican, incluso cuando una y otra no son sino costumbres. Raras veces un suceso no habitual logra impresionar la conciencia del adulto sin duda porque su conocimiento la ha revestido de una película protectora, formada de imágenes adquiridas, que no sólo lubrifica el roce cotidiano con la realidad sino que le sirve para referirlo a un muestrario familiar de emociones. Pero en ocasiones algo atraviesa esa delicada gelatina que la memoria extiende por doquier – aunque no conoce ni nombra – para asomar con toda su crudeza y herir a una conciencia indefensa, sensible y medrosa que sólo a través de la herida podrá segregar el nuevo humor que la proteja; y entonces se convierte en una costumbre refleja, en conocimiento ficticio, en disimulo ya que, en verdad, el miedo, la piedad o el amor no se llegan nunca a conocer. Hay una palabra para cada uno de esos instantes que, aunque el entendimiento reconoce, la memoria no recuerda jamás; no se transmiten en el tiempo ni siquiera se reproducen porque algo – la costumbre, el instinto quizá – se preocupará de silenciar y relegar a un tiempo de ficción. Sólo cuando se produce ese instante otra memoria – no complaciente y en cierto modo involuntaria, que se alimenta del miedo y extrae sus recuerdos de un instinto opuesto al de supervivencia, y de una voluntad contraria al afán de dominio – despierta y alumbra un tiempo – no lo cuentan los relojes ni los calendarios, como si su propia densidad conjure el movimiento de los péndulos y los engranajes en su seno – que carece de horas y años, no tiene pasado ni futuro, no tiene nombre porque la memoria se ha obligado a no legitimarlo; sólo cuenta con un ayer cicatrizado en cuya propia insensibilidad se mide la magnitud de la herida.]

Juan Benet, Volverás a Región (1967), Barcelona, Destino, 1993, pp. 92-93.

venerdì 19 settembre 2008

Italians speak better

Vanessa Valentine scrive nel suo post più recente:
"Stamattina ho avuto la conferma di un sospetto che mi rodeva da tempo: la laurea a suo tempo conquistata nel prestigioso ateneo patavino l'ho avuta grazie ai punti Barilla.
Un piacente ragazzo (inglese, scozzese, mah) mi ha fermata, in piazza. Le sue parole sono state: are you a local?, e cioè se ero del posto. Ma il mio torpido cervellino ha capito "are you a locker?", e cioè se ero un armadietto, domanda che mi ha effettivamente spiazzato, anche perché non somiglio affatto ad un armadietto... il mio sguardo lo ha convinto a rifarmi la domanda chiedendomi se ero di lì, al che ho entusiasticamente annuito. Cercava un internet point, e l'ho aiutato dicendo che non ne avevo assolutamente idea ma che poteva provare in centro.
Me lo immagino ancora vagante, mentre cerca di contattare la famiglia o gli amici, e probabilmente da Mestre non se ne andrà mai più."

E così mi ha fatto venire in mente un aneddoto simile che mi è capitato l'unica volta che sono andato a New York. Era il 1999. O il 2000. Comunque c'erano ancora le Torri, perché ho delle foto scattate da là in cima. Insomma, c'è questo amico mio italoamericano che ha uno zio sacerdote, e che allora amministrava il culto una popolosa parrocchia di Brooklyn. Così una domenica mi ha portato a messa da lui, niente a che a vedere con i soporiferi riti nostrani in chiese mezze vuote e dall'età media di ottantacinque anni, ma fedeli variopinti e multicolori, contaminazioni gospel, saltilbanchi, mangiafuoco, ecc. Più o meno dài. Poi arriva il momento dello scambiatevi un segno di pace, e la gente comincia scambiarsi strette di mano e a dire l'uno all'altro che la pace sia con te, peace be with you in inglese, solo che io, non so perché, probabilmente perché tra due ipotesi una delle quali è strampalata io scelgo sempre quella, capisco pleased to meet you e mi stupisco e mi dico ma guarda un po' che bello che tutti si dicano piacere di conoscerti, mi piace 'sta cosa, e allora via anch'io a dire a tutti pleased to meet you oppure anche me too, per variare. Non ho mai saputo se mi capivano e facevano finta di niente, nella spensieratezza del momento. Di ritorno, in macchina, gliel'ho fatta notare la differenza al mio amico, che mi ha preso per il culo per tutto il soggiorno.

Peace be with you.

martedì 16 settembre 2008

Cchessaddafàppeccampà

Adesso capisco chi parla della verginità come di un valore. A quanto pare c'è questa Raffaella Fico che ha fatto il Grande Fratello 8 (mi fido) e che dice che la dà via ancora incellofanata se qualcuno le offre un milione di euri. Da cui il proverbio, tira più un pelo di Fico che un carro di buoi.








Nella foto: la Fico durante il turno di notte alle Presse di Mirafiori, (mentre avvita una sedia, mah!) in attesa del Gentiluomo che la porterà via per impala.. impalmarla.

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